Ci sono posti che non sono
soltanto luoghi. Sono pezzi di vita che pensavi di aver perso per sempre.
Per me il Teatro Parioli Costanzo di Roma è stato questo. Quando sono salito
su quel palco, davanti alle luci e al silenzio della sala, non stavo solo
tornando a recitare. Stavo tornando a una parte di me che avevo lasciato
indietro tanti anni fa.
Dal 2007 al 2012 il teatro era
casa mia. Era il posto dove riuscivo a sentirmi libero davvero. Poi la vita ha
preso una strada diversa, sbagliata. Gli errori, il carcere, il rumore delle
porte che si chiudono e quel senso di aver distrutto tutto, anche i sogni più
belli.
Per anni ho pensato che il sipario
fosse chiuso per sempre.
E invece eccomi lì, di nuovo su
un palco importante, con una compagnia fatta da detenuti ed ex detenuti. E in
quel momento ho capito che certe ferite forse non spariscono mai, ma possono
trasformarsi in qualcosa di nuovo. Tornare al teatro, proprio dopo il carcere,
proprio nel posto dove pensavo di non meritare più di stare, è stata una delle
vittorie più grandi della mia vita.
Perché il teatro, dentro il
carcere, non è solo uno spettacolo. È respiro. È uno spazio dove per qualche
ora smetti di essere un numero, un errore, una sentenza. Torni persona. Torni
voce. Il teatro ti obbliga a guardarti dentro, a sentire, a raccontarti senza
nasconderti. E a volte riesce ad aprire qualcosa nel cuore.
La cosa più forte è stata
rivedere i miei ex compagni ancora detenuti. Guardarli negli occhi, ritrovare
quei sorrisi stanchi ma veri, condividere di nuovo il palco con loro. Dentro
quegli abbracci c’era tutto: il dolore, il tempo perso, ma anche la voglia di
credere ancora in qualcosa di bello.
Abbiamo portato in scena “UN BAR DI PAESE”, un testo scritto
direttamente da loro. E forse proprio per questo così vero. Dentro c’erano le
fragilità, le ironie, le malinco
nie e le speranze di chi vive il carcere ogni
giorno. Nessuna maschera. Solo umanità.
Io invece ho scelto di mettere a
nudo una parte molto personale della mia storia, scrivendo un monologo sulla
mia esperienza da detenuto e da padre lontano da suo figlio. Scriverlo è stato
doloroso. Recitarlo ancora di più. Perché certe assenze non fanno rumore, ma ti
consumano piano. Raccontare cosa significa vedere crescere un figlio da
lontano, attraverso telefonate, videocolloqui e mancanze, è stato come aprire
una finestra su una ferita ancora viva.
Ma il teatro serve anche a questo: a trasformare il dolore in qualcosa che può arrivare agli altri.
Un enorme merito va alle registe Annalisa Bianco e Rita Ceccarelli, che con delicatezza, pazienza e cuore hanno saputo tirar fuori il meglio da ognuno di noi.
E poi ci sono loro, o meglio noi, i “Cellamusica”. Una band speciale, nata dentro il carcere, composta da ex detenuti, due agenti di polizia penitenziaria e volontari. Un gruppo che dimostra che la musica può abbattere muri che sembrano impossibili da superare. Con le nostre canzoni diamo voce alle storie dei detenuti del carcere di Santo Spirito di Siena e portano fuori emozioni che troppo spesso restano chiuse dentro una cella.
I Cellamusica nascono grazie all’idea di Giancarlo Battista e Valentina Moffa, persone che hanno creduto davvero nel potere umano dell’arte. Fondamentale anche il supporto dell’insegnante di musica Sara Ceccarelli, che accompagna questo percorso con sensibilità e passione.
E tutto questo non sarebbe nato senza il supporto dell’area educativa del carcere, la dott.ssa Maria Iosè Massafra e la dott.ssa Lorenza Pascali, che continuano a credere che cultura, musica e teatro possano essere strumenti veri di cambiamento. Speciale ringraziamento va “laLut“ e Ugogiulio Lurini che per me oltre ad essere la persona che più ha riacceso la mia voglia di teatro resta un amico, un regista, al quale dire grazie ogni giorno.
Un sincero ringraziamento a Eleonora Scricciolo e Andrea Castelli che, con il loro prezioso volontariato all’interno del carcere, hanno offerto a tutti noi detenuti supporto umano e artistico. Il loro contributo è stato fondamentale per la crescita dei CellaMusica e del teatro in carcere, dimostrando quanto il volontariato possa essere uno strumento di inclusione, cultura e speranza. Grazie per aver creduto in noi e nel valore di questo percorso.
Infine, grazie a Camilla Costanzo e all’Associazione Maurizio Costanzo per aver acceso una luce sul mondo detentivo. Perché portare il carcere dentro un teatro non significa solo raccontare storie difficili. Significa ricordare che dietro ogni errore continua ad esistere una persona.
Quella sera al Parioli Costanzo non siamo saliti sul palco solo per recitare.
Siamo saliti sul palco per riprenderci un pezzo di vita.





